Storia di Biondo e Cherìe

A cura di Anna Canavese

C’era una volta, circa vent’anni fa, un cane di fattoria. Qualcuno lo chiamava Biondo, per via del colore del suo mantello, qualcun altro Rocky (perché allora tutti i cani si chiamavano così), per tutti gli altri era solo “ Il can d’la Emma”.

Biondo viveva in cascina e passava le sue intere giornate all’aperto, correndo dietro alle galline, ai gatti ed ai topi; abbaiando per avvisare della presenza di sconosciuti; girovagando per cercare qualche possibile compagna; aiutando il contadino a radunare il bestiame.
Biondo in casa non ci entrò mai, fino all’ultimo dei suoi giorni. La sua cuccia era fuori, vicino al cancello d’ingresso, da cui poteva controllare ogni movimento.

Una cuccia assai spartana, fatta di legno e senza alcuna morbida coperta a scaldarlo nelle fredde notti d’inverno. Biondo poi mangiava quando gli venivano portati gli avanzi di pasti abbondanti…pasta, pane duro e, quando aveva fortuna, ossa succulente e le rimanenze di un bell’arrosto. I fattori ed i loro figli ne avevano cura e rispettavano il lavoro che esso svolgeva per loro ogni giorno, gli erano affezionati, ma non eccedevano mai con baci e carezze e non lo chiamavano “bambino”. Biondo ebbe una vita piena e appagante, ebbe la possibilità di essere un cane, di svolgere un compito, di poter esaltare le proprie attitudini e le doti naturali. Gli fu concesso di sviluppare appieno le proprie competenze comunicative, di calpestare erba, fango, neve e ghiaccio.


E poi, c’era una volta (ai giorni nostri) Cherìe. Selezionatissima cucciola di Jack Russell Terrier, regalata (ahimè) a Natale ai bambini di una famiglia di città. Mangiava cibo delle migliori qualità, dormiva in una cuccia soffice e calda, aveva a disposizione giochi di ogni genere e fattura. I suoi padroni la amavano, i bambini la spupazzavano e la tenevano sempre in braccio. E doveva sporcare sempre sulle traversine. Usciva di rado e solo con il bel tempo, affinché non si bagnasse o sporcasse il pelo. E spesso, in una bella borsa firmata. Non conobbe la neve, né il ghiaccio, né il fango e non ebbe la possibilità di capire come rapportarsi con i suoi simili. Trascorse la propria esistenza in casa, vezzeggiata come una bambola di porcellana. Non conobbe mai l’ebbrezza di inseguire un topo e di sfruttare le proprie doti naturali, di provare appagamento nel manifestare le proprie attitudini.


Oggi, troppo spesso, si impedisce al cane di “fare il cane” e in taluni casi, addirittura di “essere” cane. Esso diviene ricettacolo delle nostre umane ansie e frustrazioni, caricato di significati empatici, che mai dovrebbe avere; diventa il figlio che non abbiamo avuto o che se n’è andato; riempie un vuoto interiore personale che deve essere colmato ad ogni costo; diventa un feticcio, un’oggetto di moda da mostrare agli amici. E quel che è peggio, gli vengono attribuite falsamente, emozioni e sentimenti propri della natura umana.

Oggi purtroppo, è la stessa natura del cane ad essere troppo spesso tradita; dimentichi di cosa un cane sia, di concetti quali tempra, temperamento, doti naturali, attitudini e selezione, stiamo assistendo ad un’umanizzazione incontrollata di colui che, da sempre, riteniamo “il miglior amico dell’uomo” e quel che è peggio, in nome di un bizzarro e distorto concetto di Amore. Ma amare, significa concedere all’altro di esprimersi per ciò che è; amare vuol dire rispettare la natura dell’altro e non costringerlo a frustrare le proprie attitudini ed il proprio essere, affinché diventi per noi ciò che vogliamo che sia.


Ricordo molto bene gli occhi di Biondo e quelli di Cherìe…specchiandomi dentro di essi, non potei fare a meno di osservare ciò che un cane dovrebbe essere e ciò a cui lo stiamo tristemente condannando a diventare.

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